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| Antoine Doinel (Léaud), dodicenne parigino svogliato ed irrequieto, è circondato da un ambiente familiare ostile: figlio indesiderato e studente incompreso, medita la fuga e intanto marina la scuola vagabondando per le strade di Parigi insieme all’amico René (Auffay); arriva a rubare la macchina da scrivere del suo patrigno per procurarsi il denaro necessario ad una gita al mare, che non ha mai visto. Preso con le mani nel sacco, finisce col sollievo dei genitori in riformatorio, dove subisce continue umiliazioni. Decide di evadere, approfittando di un allentamento della sorveglianza, e fugge con l’intenzione di non tornare più a casa. Inseguito dai sorveglianti dell’istituto, discende una duna e si trova intrappolato: dietro di lui il riformatorio, davanti a lui, finalmente, il mare… Opera prima fortemente autobiografica di Truffaut, fino ad allora combattivo critico dei Cahiers du cinéma, evoluzione di un iniziale progetto per una serie di cortometraggi sull’infanzia sciolti in seguito in un unico racconto. Il film è uno dei cardini della Nouvelle Vague, stupefacente per modernità e freschezza. Forse il più emozionante e commovente, teso tra rigore concettuale e libertà formale, nel quale il regista infonde tutta la sua passione per la letteratura e il cinema (considerate uniche medicine contro la mancanza d’amore) e si mette a nudo: splendida in questo senso la scena del colloquio con la psicologa, durante il quale il piccolo Antoine parla per la prima volta di se stesso, e sembra di sentire Truffaut. «I quattrocento colpi» (“fare il diavolo a quattro” in gergo francese) inaugura il ciclo sull’alter ego Antoine Doinel che proseguirà con altri quattro titoli. Dedicato alla memoria di André Bazin, in pratica il padre putativo di Truffaut, che morì il primo giorno delle riprese, il film vinse il premio per la miglior regia al festival di Cannes. Il finale è considerato dai critici uno dei più belli di tutta la storia del cinema. |
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QUESTE PROIEZIONI SI SVOLGONO PRESSO LA SALA ALESSANDRINI: |
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