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Per alcuni è la bellezza perversa e discinta dell’Angelo Azzurro; per altri è la voce calda e sensuale che intona l’immortale Lili Marleen; per altri ancora è la donna dallo sguardo magnetico in abiti maschili. Marlene Dietrich è stato tutto questo, e molto altro. Poche attrici sono riuscite in ciò che lei ha compiuto: intrecciare biografia e vita pubblica e fonderle insieme nell’immagine di una Diva assoluta, algida e sensuale al tempo stesso, capace di conquistare gli uomini con la sua bellezza e attrarre le donne con il suo magnetismo androgino. Musa del regista Josef Von Sternberg, che fu per lei guida, amante, vero e proprio Pigmalione, la Dietrich ha creato la propria immagine leggendaria negli anni ’30, interpretando il ruolo di solitaria donna fatale, sensuale e indipendente in film come L’Angelo Azzurro, Marocco, Disonorata, Shanghai Express. Stabilitasi definitivamente negli Stati Uniti, anche per sfuggire al regime nazista da lei sempre rifiutato con decisione, ed esaurito il sodalizio con Sternberg, Marlene ha saputo reinventarsi per lo show business americano senza svalutare la propria immagine. Registi come Billy Wilder, Orson Welles e Fritz Lang l’hanno voluta e amata, spesso non solo come attrice. Il mondo l’ha ammirata, stregato dal suo fascino e dalla sua disinibita ambiguità sessuale, che l’ha portata a collezionare numerosi amanti di entrambi i sessi. I film che abbiamo scelto per questa rassegna non pretendono di racchiudere in poche immagini l’essenza del mito della Dietrich. Ma dalla nascita del suo mito in L’Angelo Azzurro, fino alla breve ma intensa apparizione nell’Infernale Quinlan di Welles, emerge la grandezza di una grande attrice, un’icona costruita passo dopo passo con determinazione, intelligenza ed una costante consapevolezza della potenza della propria immagine. Le parole che ebbe per lei uno tra i maggiori intellettuali del novecento accompagnano idealmente il nostro percorso: «Chiunque la conosca e abbia potuto fare esperienza di lei, avrà fatto esperienza della perfezione stessa» (Jean Cocteau). |
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